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Beni Culturali: cosa sono?

26 ottobre 2023

I beni culturali sono definiti come quei beni immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà. In questo articolo, analizzeremo la disciplina dei beni culturali: definizione di beni culturali, limiti alle facoltà di godimento, obblighi di manutenzione ed esproprio, necessità di autorizzazione per gli interventi, finanziamenti pubblici, accesso pubblico ai beni privati e peculiarità del diritto di prelazione. Il nostro obiettivo è offrire un'analisi concisa ma approfondita delle molteplici dimensioni che circondano il mondo dei beni culturali.

Beni Culturali
Beni Culturali: cosa sono?

Beni culturali e beni comuni

I beni comuni costituiscono una speciale classe di risorse che sfuggono alle classiche categorizzazioni di beni, sia pubblici sia privati. Questi beni sono distinti per la loro pertinenza collettiva e per la loro innata abilità di appagare le necessità essenziali delle comunità. Questo accade indipendentemente dal fatto che possano essere di proprietà individuale o collettiva, poiché la loro valenza emerge da una dimensione sia giuridica che sociale.

In termini giuridici ed economici, la peculiarità dei beni comuni è che la loro essenza si manifesta nella condivisione e accessibilità, anziché nell'esclusività. Tali beni spaziano dalle risorse naturali come l'atmosfera, l'acqua e le foreste, a risorse immateriali come il sapere, i programmi informatici open source o le informazioni liberamente accessibili.

La concettualizzazione e la gestione dei beni comuni hanno guadagnato terreno in diversi ambiti di studio, particolarmente grazie alle riflessioni di accademici come Elinor Ostrom. Quest'ultima, insignita del Premio Nobel per l'Economia, ha sottolineato come spesso le comunità riescano a preservare le risorse condivise attraverso processi di autoregolamentazione, evitando la necessità di interventi esterni o soluzioni meramente commerciali.

In Italia, il concetto di "beni comuni" si articola in una serie di norme destinate a diverse tipologie di beni, ritenuti preziosi per la comunità. Questo insieme normativo tocca vari ambiti, come i beni culturali, ambientali e idrici.

Un tratto distintivo della gestione dei beni comuni in Italia è l'obbligo di conciliare l'interesse individuale con quello comune. A differenza dei beni privati, per i quali il titolare ha ampi diritti di gestione e usufrutto, i beni comuni sono sottoposti a restrizioni che mirano a proteggere il bene della collettività.

Un esempio pertinente potrebbe essere un'opera d'arte di proprietà privata, ma di rilevanza culturale per la società. Benché posseduta da un privato, la sua valenza culturale impone delle responsabilità al proprietario, come il mantenimento e la cura dell'opera, nonché l'obbligo di aderire a standard specifici nel caso di restauri, garantendo così la preservazione del suo valore intrinseco.

Forse la più importante tipologia di beni comuni è quella dei beni culturali: vediamo quale è la loro disciplina.

Introduzione sui beni culturali

La disciplina dei beni culturali rappresenta uno degli ambiti più rilevanti e complessi del diritto dei beni comuni, data l'importanza intrinseca di questi beni per la collettività e per la preservazione della memoria storica, artistica e culturale di una nazione.

Questi beni, pur potendo essere di proprietà privata, non si conformano alle regole tradizionali della proprietà privata a causa della loro rilevanza collettiva. Infatti, il diritto che si applica ai beni culturali introduce una serie di restrizioni e obblighi specifici per i proprietari, al fine di garantire la loro tutela e valorizzazione nel tempo.

A differenza di una comune proprietà privata, il titolare di un bene culturale non gode della piena libertà di disporre del suo bene come desidera. Ad esempio, non può decidere arbitrariamente di distruggere o alterare il bene, poiché ciò rappresenterebbe una perdita irreparabile per l'intero patrimonio culturale comune.

Inoltre, la responsabilità di manutenzione e conservazione non è una mera opzione lasciata al proprietario, ma un dovere imprescindibile. Questo significa che trascurare o non curare adeguatamente un bene culturale può comportare delle sanzioni, come nei casi limite l’esproprio del bene culturale stesso.

Infine, ogni intervento che riguardi il bene, sia esso un restauro o una qualsiasi modifica, deve essere sottoposto all'approvazione delle autorità competenti. Questi vincoli, sebbene possano sembrare restrittivi, sono essenziali per preservare la ricchezza e l'importanza dei beni culturali, garantendo che rimangano testimoni del passato e fonte di ispirazione per le generazioni future.

Definizione di beni culturali: quali sono?

Il Decreto legislativo 22/01/2004, n. 42 contiene il Codice dei beni culturali e del paesaggio.

L’art. 2 definisce cosa sono i beni culturali indicando che “Sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli articoli 10 e 11, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà”.

Questi beni possono appartenere sia allo Stato, nelle sue varie articolazioni, e sia ai privati. Per questi ultimi, però, l’art. 10 prevede che la natura di bene culturale non derivi solo dal fatto di rientrare nell’elenco dei beni da considerarsi culturali ma anche dalla intervenuta dichiarazione di interesse culturale.

Per cui si distingue tra due tipologie di soggetti.

L’art. 10 indica che:

  • Sono beni culturali le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico.
  • Sono altresì beni culturali, quando sia intervenuta la dichiarazione prevista dall'articolo 13: a) le cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico particolarmente importante, appartenenti a soggetti diversi da quelli indicati al comma 1.

La disposizione in commento contiene una disciplina molto articolata indicando i vari beni che possono essere dichiarati di interesse culturale, precisandone le condizioni.

Rinviamo al testo di legge per la disamina analitica, limitandoci qui a riportare alcuni esempi di beni culturali:

  • Collezioni di musei, pinacoteche, gallerie e altri spazi espositivi di entità pubbliche.
  • Archivi e documenti di entità pubbliche.
  • Raccolte librarie di biblioteche pubbliche, con alcune eccezioni specificate dalla legge.
  • Beni di particolare rilevanza artistica, storica, archeologica o etnoantropologica appartenenti a privati, a condizione che vi sia una specifica dichiarazione.
  • Archivi e documenti privati di notevole importanza storica.
  • Raccolte librarie private di eccezionale interesse culturale.
  • Beni che hanno una connessione significativa con la storia in vari ambiti come la politica, la letteratura, l'arte, la scienza, la tecnica, l'industria e la cultura.
  • Oggetti riconosciuti per il loro valore eccezionale nell'integrità e completezza del patrimonio culturale della Nazione.
  • Collezioni o serie di oggetti di eccezionale interesse complessivo.
  • Elementi legati alla paleontologia, preistoria, civiltà primitive, numismatica, manoscritti rari, autografi, carteggi, incunaboli, libri, stampe, carte geografiche, spartiti musicali, fotografie, pellicole, ville, parchi, giardini, spazi aperti urbani, siti minerari, navi, architetture rurali e altri che testimoniano l'economia rurale tradizionale.

La dichiarazione di interesse culturale e il relativo procedimento

Il procedimento per la dichiarazione dell'interesse culturale può essere avviato dagli competenti organi del Ministero in due modi: d'ufficio o su richiesta formulata dai soggetti cui le cose appartengono, sempre corredata dai relativi dati conoscitivi.

L'obiettivo di tale procedimento è verificare la sussistenza dell'interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico nelle cose specificate, basandosi su indirizzi di carattere generale stabiliti dal Ministero stesso, al fine di garantire uniformità nella valutazione.

Di particolare importanza in questo processo è la comunicazione al proprietario, possessore o detentore a qualsiasi titolo della cosa in questione. Questa comunicazione fornisce dettagli sulla valutazione e gli effetti del riconoscimento e offre un periodo, non inferiore a trenta giorni, per presentare eventuali osservazioni.

Dopo il completamento del procedimento, la dichiarazione viene notificata al proprietario o detentore e, se il bene ha una natura immobiliare, la dichiarazione può essere trascritta nei registri competenti, garantendo così la sua efficacia anche per futuri proprietari o detentori.

Se il proprietario o detentore non concorda con la dichiarazione, ha il diritto di presentare un ricorso al Ministero, sia per questioni di legittimità che di merito, entro trenta giorni dalla notifica. Questo ricorso sospende gli effetti della dichiarazione, ma alcune disposizioni restano applicabili come misura cautelare. Il Ministero, dopo aver consultato l'organo competente, ha novanta giorni per decidere sul ricorso. Se il ricorso viene accolto, il Ministero può annullare o modificare l'atto contestato.

Beni culturali: limiti alle facoltà di godimento e obblighi di manutenzione

I beni culturali sono considerati tesori inestimabili di storia, arte e patrimonio, e come tali, sono protetti dalla legge per garantirne la conservazione e impedire la loro distruzione o degrado.

Innanzitutto, non è permesso distruggere, deteriorare, danneggiare o utilizzare questi beni in modi che non siano compatibili con il loro valore storico o artistico, o che potrebbero compromettere la loro integrità. Numerose azioni legate ai beni culturali richiedono l'autorizzazione del Ministero: tra queste, la rimozione, demolizione, spostamento, smembramento di collezioni, lo scarto di documenti archivistici o bibliografici, e il trasferimento di documentazione. E questa lista non è esaustiva; anche opere e lavori di varia natura su tali beni richiedono l'autorizzazione del soprintendente. Inoltre, se viene considerato un cambiamento nella destinazione d'uso dei beni, questo deve essere comunicato al soprintendente.

Quando si presenta una richiesta di autorizzazione, questa deve basarsi su un progetto dettagliato o, almeno, su una descrizione tecnica dell'intervento. L'autorizzazione può includere specifiche prescrizioni e, se i lavori non vengono avviati entro cinque anni dal suo rilascio, il soprintendente ha il diritto di aggiornare o modificare queste prescrizioni, soprattutto in relazione all'evoluzione delle tecniche di conservazione. Per quanto riguarda gli interventi specifici, come la manutenzione e il restauro, è essenziale sottolineare che devono essere eseguiti esclusivamente da professionisti specializzati e riconosciuti come restauratori di beni culturali, rispettando le normative vigenti.

L'importanza della conservazione dei beni culturali non è solo una responsabilità delle istituzioni pubbliche, ma si estende anche ai privati. Mentre lo Stato, le regioni e altri enti pubblici hanno il dovere di garantire la sicurezza e la conservazione dei beni culturali di cui sono titolari, anche i proprietari, possessori o detentori privati di tali beni hanno l'obbligo di assicurarne la conservazione. In sintesi, la legge riconosce il valore incommensurabile dei beni culturali e stabilisce un rigoroso quadro di regolamentazione per garantire che questi tesori del passato siano preservati per le future generazioni.

Interventi conservativi volontari o imposti e possibile esproprio

La tutela dei beni culturali viene garantita attraverso una serie di interventi conservativi che possono essere avviati sia volontariamente dal proprietario, possessore o detentore, sia imposti dal Ministero.

Per quanto riguarda gli interventi volontari, come il restauro o altre misure conservativi su beni culturali, essi necessitano di una autorizzazione secondo l'articolo 21. Quando viene richiesta questa autorizzazione, il soprintendente ha la facoltà, se interpellato dal richiedente, di pronunciarsi riguardo all'ammissibilità dell'intervento ai contributi statali, come delineato negli articoli 35 e 37. Inoltre, può certificare la necessità dell'intervento per l'ottenimento di agevolazioni fiscali previste dalla legge.

D'altro canto, ci sono situazioni in cui l'intervento conservativo non è una scelta, ma un obbligo.

In determinati casi, per garantire la conservazione adeguata dei beni culturali, il Ministero ha il diritto di imporre specifici interventi al proprietario, possessore o detentore del bene. Se quest'ultimo non dovesse rispettare tali imposizioni, il Ministero ha anche la facoltà di intervenire direttamente per garantire la conservazione del patrimonio culturale.

In casi estremi, la legge consente anche l’esproprio dei beni culturali: in particolare quando l'espropriazione risponda ad un importante interesse a migliorare le condizioni di tutela ai fini della fruizione pubblica dei beni medesimi. Questo può avvenire anche per la mancata manutenzione se vi è ad esempio rischio di danni irreparabili per il bene culturale, come è avvenuto per la cava Pontrelli di Altamura, meglio conosciuta come Cava dei Dinosauri.

Contributi finanziari pubblici per i beni culturali e apertura al pubblico degli stessi

Quando si tratta della manutenzione di beni culturali, lo Stato, attraverso il Ministero, può intervenire offrendo un sostegno economico al proprietario, possessore o detentore del bene.

Normalmente, il Ministero ha la facoltà di contribuire alla spesa relativa agli interventi manutentivi, coprendo fino alla metà dell'importo totale. Tuttavia, in situazioni particolarmente eccezionali, ad esempio quando gli interventi sono di notevole importanza o si riferiscono a beni destinati ad uso o godimento pubblico, il Ministero può decidere di coprire l'intera spesa.

Questi contributi vengono erogati una volta che i lavori sono stati completati e verificati, sebbene in alcune circostanze possano essere concesse anticipazioni basate sullo stato avanzato dei lavori. Va notato che, se gli interventi non vengono portati a termine correttamente, il beneficiario è obbligato a restituire le somme ricevute.

Ciò che rende questa normativa particolarmente interessante è la condizione che prevede la fruizione pubblica dei beni culturali che hanno beneficiato del supporto economico statale.

In altre parole, se un bene culturale viene restaurato o sottoposto a interventi conservativi con il finanziamento, totale o parziale, dello Stato, diventa necessario garantire l'accesso al pubblico. Le modalità di tale accesso sono definite attraverso specifici accordi o convenzioni tra il Ministero e i proprietari del bene. Queste convenzioni potrebbero, ad esempio, stabilire periodi di apertura al pubblico per un bene di proprietà privata, garantendo così che il patrimonio culturale sia accessibile a tutti.

Il diritto di prelazione dei beni culturali

Precisiamo anzitutto cosa si intende per diritto di prelazione in generale.

Il diritto di prelazione è un meccanismo giuridico che consente ad un soggetto di avere la priorità nell'acquisto di un bene rispetto ad altri potenziali acquirenti.

Questo diritto può manifestarsi in due forme: legale o convenzionale.

La prelazione legale nasce direttamente dalla legge e offre al titolare del diritto la possibilità di riscattare il bene da un terzo acquirente, qualora il venditore non abbia preventivamente comunicato la sua intenzione di vendere al titolare del diritto di prelazione. In pratica, se un bene viene venduto senza aver prima offerto al titolare del diritto di prelazione la possibilità di acquistarlo, quest'ultimo può intervenire e acquisire il bene alle stesse condizioni concordate con il terzo acquirente.

D'altra parte, la prelazione convenzionale ha origine da un accordo contrattuale tra le parti. In questo caso, se il venditore trascura di rispettare l'accordo e vende il bene a un terzo senza prima offrire al titolare del diritto di prelazione la possibilità di acquistarlo, il titolare può agire legalmente contro il venditore per ottenere il risarcimento dei danni. Tuttavia, a differenza della prelazione legale, la prelazione convenzionale non consente al titolare di riscattare il bene dal terzo acquirente; l'acquisto rimane valido e la vendita non può essere annullata.

Per i beni culturali è prevista una prelazione legale lo Stato ha la facoltà di acquistare in via di prelazione i beni culturali alienati a titolo oneroso (al medesimo prezzo stabilito nell'atto di alienazione) o conferiti in società (al medesimo valore attribuito nell'atto di conferimento). La prelazione c’è anche peri beni culturali alienati con altri per un unico corrispettivo o ceduto a titolo di donazione per cui senza previsione di un corrispettivo in denaro, così come anche per i beni culturali dati in permuta. In tutti questi casi il valore economico da riconoscere al proprietario è determinato d'ufficio dal soggetto che procede alla prelazione e, se contestato, è poi determinato da un terzo nominato dalle parti o, in caso di disaccordo, dal Tribunale.

In merito a questa disciplina, è interessante notare come la previsione di legge sulla prelazione per i beni culturali abbia fatto tesoro della giurisprudenza sulla prelazione legale prevista in altre situazioni trovando di meccanismi di esercizio della prelazione anche in ipotesi che in altri contesti non consentivano un tale esercizio (donazione, permuta, conferimento in società, ecc.).

Marco Ticozzi Avvocato Venezia

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