22 gennaio 2026
Cos’è il diritto di prelazione e quando trova applicazione concreta? Si tratta della facoltà riconosciuta a un soggetto di essere preferito ad altri, a parità di condizioni, nell’acquisto di un bene, in particolare nella vendita di un immobile. L’istituto può avere origine da un accordo tra privati, configurandosi come prelazione convenzionale, oppure derivare direttamente dalla legge, dando luogo a una prelazione legale, come accade nel caso dell’inquilino di un locale commerciale con conttati diretti con il pubblico, del coerede, del coltivatore diretto di un terreno agricolo o dei beni culturali. Comprendere il significato del diritto di prelazione, i presupposti per il suo esercizio e i casi in cui non spetta è essenziale per valutare la legittimità di un trasferimento e prevenire contenziosi o azioni di riscatto.
Diritto di prelazione: significato e natura giuridica
Il diritto di prelazione consiste nella facoltà riconosciuta a un soggetto di essere preferito ad altri nella conclusione di un contratto, a condizioni identiche a quelle offerte da un terzo. In termini pratici, il titolare del diritto non può imporre la vendita, né modificare il contenuto dell’accordo, ma può subentrare alle stesse condizioni già definite dal proprietario del bene con un potenziale acquirente.
Dal punto di vista giuridico, la prelazione non incide sulla libertà negoziale del proprietario fino a quando quest’ultimo non decida di alienare il bene. Solo in quel momento nasce l’obbligo di interpellare il titolare del diritto, consentendogli di valutare se esercitare o meno la preferenza. È questo aspetto a distinguere la prelazione da altri istituti affini, come l’opzione o il contratto preliminare, che comportano un vincolo più intenso a carico di chi dispone del bene.
La funzione dell’istituto varia a seconda della sua fonte. In alcuni casi, la prelazione tutela interessi esclusivamente privati, come accade quando deriva da un accordo contrattuale. In altri, risponde a finalità di rilievo pubblico o sociale: si pensi alla conservazione dell’unità ereditaria, alla tutela dell’avviamento commerciale o al favor legislativo per la coltivazione diretta dei fondi agricoli. Proprio per questa pluralità di funzioni, la disciplina della prelazione non è unitaria, ma frammentata in più norme speciali, ciascuna con presupposti ed effetti differenti.
Comprendere il significato del diritto di prelazione richiede quindi di guardare non solo alla sua definizione astratta, ma anche al contesto concreto in cui viene in rilievo, poiché da esso dipendono le conseguenze giuridiche dell’eventuale violazione.
Struttura soggettiva: promittente, beneficiario, terzo
Ogni fattispecie di prelazione coinvolge almeno tre soggetti, ciascuno con una posizione giuridica distinta. Il primo è il proprietario del bene, spesso definito promittente o concedente, ossia colui che mantiene la titolarità del bene e decide se trasferirlo o meno. La prelazione non gli impedisce di disporre del bene, ma incide sulla scelta della controparte contrattuale nel momento in cui opti per l’alienazione.
Il secondo soggetto è il beneficiario, titolare del diritto di prelazione. La sua posizione è qualificabile come diritto potestativo: egli può incidere sulla sfera giuridica del proprietario decidendo di sostituirsi al terzo alle condizioni già stabilite. Tale potere, tuttavia, non è illimitato. Il beneficiario non può rinegoziare il prezzo, pretendere condizioni diverse o imporre modifiche al contenuto del contratto prospettato.
Infine, vi è il terzo interessato all’acquisto, che negozia con il proprietario nella consapevolezza – o talvolta nell’ignoranza – dell’esistenza di un diritto di prelazione. La posizione del terzo muta radicalmente a seconda che la prelazione abbia natura meramente obbligatoria oppure reale. In alcuni casi, infatti, il suo acquisto rimane definitivo; in altri, può essere messo in discussione dall’esercizio di un successivo diritto di riscatto.
Questa triangolazione spiega perché il diritto di prelazione sia spesso fonte di conflitti. Una gestione imprecisa delle comunicazioni o una valutazione superficiale dei presupposti normativi può esporre tutte le parti coinvolte a contenziosi complessi, con effetti rilevanti sulla validità e sulla stabilità degli atti di trasferimento.
Prelazione legale e convenzionale: differenze sistematiche
La distinzione fondamentale è quella tra prelazione convenzionale e prelazione legale, che si differenziano per fonte, struttura ed effetti. La prima nasce da un accordo tra le parti, espressione dell’autonomia contrattuale, ed è finalizzata a riservare a un determinato soggetto una posizione di preferenza futura. In questo caso, la prelazione ha natura obbligatoria: vincola solo le parti che l’hanno pattuita e non incide direttamente sulla posizione dei terzi.
La prelazione legale, invece, è prevista direttamente dalla legge in ipotesi tassative. Qui l’interesse tutelato non è solo quello del singolo, ma spesso riflette scelte di politica legislativa. È il caso della comunione ereditaria, dove si mira a evitare l’ingresso di estranei, oppure della locazione commerciale, in cui si protegge l’avviamento legato al luogo di esercizio dell’attività. Ancora più evidente è la ratio pubblicistica nella disciplina dei beni culturali o dei fondi agricoli.
Sul piano degli effetti, la differenza è decisiva. La violazione di una prelazione convenzionale comporta, di regola, solo conseguenze risarcitorie nei confronti del proprietario inadempiente. La prelazione legale, invece, attribuisce al titolare una tutela più incisiva, che può arrivare a incidere direttamente sull’acquisto del terzo. È proprio questa diversa intensità di protezione che rende indispensabile, in ogni singolo caso, verificare con attenzione la fonte del diritto invocato e il regime giuridico applicabile.
Denuntiatio: forma, contenuti essenziali, prova ricezione
L’esercizio del diritto di prelazione presuppone, nella maggior parte dei casi, una comunicazione preventiva da parte del proprietario del bene al titolare della preferenza. Questa comunicazione è tradizionalmente definita denuntiatio e rappresenta il momento in cui il diritto, fino ad allora “latente”, diventa concretamente esercitabile. Senza una denuntiatio corretta, l’assetto delle tutele cambia in modo significativo, soprattutto nelle ipotesi di prelazione legale.
Sotto il profilo dei contenuti, la comunicazione deve essere completa e chiara. È necessario indicare il bene oggetto del possibile trasferimento, il prezzo richiesto e tutte le condizioni essenziali dell’operazione. L’obiettivo è consentire al beneficiario di valutare se subentrare alle stesse condizioni, senza margini di incertezza. Una comunicazione generica o incompleta è equiparata, nella sostanza, a una mancata denuntiatio, con conseguenze rilevanti sul piano dei rimedi.
Quanto alla forma, la disciplina varia a seconda della fattispecie. In alcune ipotesi, come la locazione commerciale o la prelazione agraria, la legge richiede modalità idonee a garantire la certezza della ricezione, come la notificazione o la raccomandata con avviso di ricevimento. La giurisprudenza ha più volte chiarito che ciò che rileva non è il formalismo in sé, ma la possibilità di provare quando e come il destinatario abbia ricevuto la comunicazione. Questo aspetto assume rilievo centrale anche per il decorso dei termini entro cui il diritto deve essere esercitato.
Dal punto di vista pratico, la gestione della denuntiatio è uno dei passaggi più delicati dell’intera operazione. Errori nella forma o nel contenuto possono esporre il proprietario a contestazioni successive e, nei casi più gravi, consentire al titolare del diritto di agire direttamente nei confronti dell’acquirente.
Diritto di prelazione convenzionale: esempi tipici e rimedi
La prelazione convenzionale nasce da un accordo tra privati e trova fondamento nel principio di autonomia contrattuale. Può essere inserita come clausola all’interno di un contratto più ampio oppure costituire un accordo autonomo, volto a garantire a una delle parti una preferenza futura nell’acquisto o nella stipula di un determinato contratto. È frequente, ad esempio, nei rapporti societari, nei patti tra comproprietari o nei contratti di affitto d’azienda.
Sul piano degli effetti, questo tipo di prelazione ha natura obbligatoria. Ciò significa che vincola esclusivamente le parti che l’hanno pattuita e non è opponibile ai terzi. Il proprietario resta libero di decidere se vendere o meno il bene e a quali condizioni; l’unico limite è l’obbligo di offrire quelle stesse condizioni al beneficiario prima di concludere il contratto con altri.
Se tale obbligo viene violato, il rimedio non è il recupero del bene, ma il risarcimento del danno. Il beneficiario potrà agire nei confronti del proprietario inadempiente per ottenere il ristoro del pregiudizio subito, generalmente commisurato alla perdita della possibilità di concludere l’affare. Non è invece possibile agire contro l’acquirente, né ottenere il trasferimento forzoso del bene, poiché manca qualsiasi effetto reale della prelazione convenzionale.
Questa limitazione rende fondamentale valutare con attenzione l’utilità concreta di un patto di prelazione negoziale e la sua corretta formulazione. In assenza di adeguate garanzie, il rischio è che la tutela resti confinata a un piano meramente risarcitorio, spesso difficile da quantificare e da dimostrare.
Prelazione legale: presupposti e principali ipotesi normative
La prelazione legale si distingue nettamente da quella convenzionale perché trova la sua fonte direttamente nella legge ed è prevista solo in ipotesi tassative. La ratio non è meramente privatistica, ma risponde a esigenze di tutela considerate meritevoli dall’ordinamento. Proprio per questo motivo, la disciplina è più rigorosa e le conseguenze della sua violazione sono più incisive.
I presupposti comuni sono due. Da un lato, deve trattarsi di un atto di trasferimento a titolo oneroso, tipicamente una vendita; dall’altro, il soggetto titolare del diritto deve rientrare in una categoria espressamente individuata dalla norma. In assenza di uno di questi elementi, la prelazione non opera. Questo spiega perché, in via generale, siano esclusi atti come la donazione o la permuta, salvo eccezioni previste da discipline speciali.
Le principali ipotesi di prelazione legale riguardano ambiti molto noti nella pratica: la comunione ereditaria, in cui i coeredi godono di una preferenza sulla quota venduta a terzi; la locazione commerciale, dove il conduttore può essere preferito nell’acquisto dell’immobile; la materia agraria, che tutela l’affittuario o il confinante coltivatore diretto; e, infine, il settore dei beni culturali, caratterizzato da una disciplina peculiare e fortemente pubblicistica.
Queste ipotesi hanno in comune un elemento decisivo: la violazione della prelazione non si esaurisce in una responsabilità risarcitoria, ma apre la strada a strumenti di tutela più penetranti, primo fra tutti il diritto di riscatto, che verrà esaminato nel paragrafo successivo.
Riscatto: natura, effetti, termini decadenziali
Il riscatto rappresenta la tutela tipica della prelazione legale e ne costituisce l’elemento di maggiore incisività. A differenza del risarcimento del danno, che opera sul piano obbligatorio, il riscatto consente al titolare della prelazione di incidere direttamente sul trasferimento già avvenuto, sostituendosi all’acquirente. È per questo che si parla di effetto reale della prelazione legale.
Dal punto di vista giuridico, il riscatto è un diritto potestativo esercitabile mediante una dichiarazione unilaterale recettizia. In termini pratici, il titolare della prelazione, una volta accertata la violazione del proprio diritto, può agire direttamente nei confronti dell’acquirente e ottenere il bene pagando lo stesso prezzo da questi corrisposto. Il contratto concluso tra venditore e terzo resta valido, ma viene neutralizzato nei suoi effetti soggettivi, con una sostituzione ex tunc del riscattante all’acquirente.
I termini entro cui il riscatto può essere esercitato sono rigorosi e variano a seconda della fattispecie: generelmente la legge prevede un termine breve che decorre dala denuncia e un termine più lungo, in assenza di denuncia.che decrre daa trascrizione del'atto nei registri immobiliari.
Proprio per la complessità dei termini e delle modalità di esercizio, il riscatto è uno degli ambiti in cui l’assistenza legale risulta maggiormente opportuna. Un’azione tardiva o proposta in modo improprio può comportare la perdita definitiva della tutela prevista dalla legge.
Diritto di prelazione inquilino locale commerciale: presupposti
Il diritto di prelazione dell’inquilino di un immobile commerciale, trova fondamento nella disciplina delle locazioni ad uso diverso dall’abitazione ed è strettamente legato alla tutela dell’avviamento. L’idea di fondo è che l’attività svolta nel locale crei un valore economico autonomo, che merita protezione quando il proprietario decide di vendere l’immobile.
Affinché la prelazione operi, è necessario che l’immobile sia destinato a un’attività che comporti contatti diretti con il pubblico. Sono quindi esclusi, in linea generale, gli studi professionali e le attività prive di accesso diretto dell’utenza. Inoltre, la vendita deve avere ad oggetto il medesimo bene concesso in locazione: se l’operazione riguarda un complesso immobiliare unitario venduto in blocco, la prelazione non trova applicazione.
Il proprietario che intende procedere alla vendita è tenuto a comunicare all’inquilino le condizioni dell’operazione, indicando il prezzo e gli altri elementi essenziali. Il conduttore dispone di un termine per manifestare la propria volontà di acquistare alle stesse condizioni. In caso di mancata comunicazione o di indicazione di un prezzo superiore a quello effettivamente pattuito con il terzo, l’inquilino può far valere il proprio diritto anche dopo la conclusione della vendita.
La prelazione dell’inquilino non è assoluta e incontra limiti precisi. Sono esclusi, ad esempio, i trasferimenti a favore di determinati familiari del proprietario o le vendite di singole quote dell’immobile. Anche in questo ambito, una valutazione preventiva dei presupposti normativi è essenziale per evitare contenziosi e blocchi dell’operazione.
Comunione ereditaria: vendita quota e retratto
In ambito successorio, la legge attribuisce ai coeredi un diritto di prelazione sulla quota ereditaria che uno di essi intenda alienare a un soggetto estraneo alla comunione. La finalità è quella di preservare l’assetto originario della comunione ed evitare l’ingresso di terzi non legati da vincoli successori.
La prelazione opera esclusivamente quando oggetto del trasferimento è la quota, o una parte di essa, e non un singolo bene ereditario. Il coerede che intende vendere deve comunicare agli altri coeredi la proposta di alienazione, indicando il prezzo. Questi ultimi possono esercitare la prelazione entro il termine stabilito dalla legge, subentrando alle stesse condizioni.
Se la comunicazione manca o è irregolare, la legge riconosce ai coeredi il diritto di retratto, ossia la possibilità di riscattare la quota dall’acquirente e anche dai successivi aventi causa. Questa tutela rafforzata si giustifica con l’esigenza di impedire che la violazione della prelazione produca effetti irreversibili sull’assetto della comunione.
È importante sottolineare che il retratto successorio non opera in tutte le situazioni di contitolarità. Se la comunione deriva da un atto diverso dalla successione, oppure se il bene è stato già oggetto di divisione, la disciplina cambia radicalmente. Anche in questo caso, la qualificazione corretta del rapporto giuridico è decisiva per stabilire se il diritto di prelazione sia effettivamente esercitabile.
Prelazione terreno agricolo: affittuario e confinante
La prelazione sul terreno agricolo rappresenta una delle ipotesi più articolate di prelazione legale ed è disciplinata da una normativa speciale che mira a favorire la coltivazione diretta della terra. Il legislatore ha inteso privilegiare chi già lavora il fondo o chi, per prossimità e professionalità, può garantirne una gestione agricola efficiente e continuativa.
Il primo soggetto tutelato è l’affittuario coltivatore diretto del fondo. Affinché il diritto sorga, è necessario che il rapporto agrario sia in essere da un determinato periodo e che l’attività di coltivazione sia svolta in modo effettivo. In assenza di un contratto agrario qualificato, la prelazione non opera, restando esclusi rapporti atipici o meramente di fatto. Solo in via subordinata, qualora il fondo non sia affittato, il diritto spetta al proprietario confinante che sia a sua volta coltivatore diretto o imprenditore agricolo qualificato.
Il proprietario che intende vendere il terreno deve comunicare la proposta di alienazione al titolare della prelazione, indicando prezzo, condizioni e identità dell’acquirente. Il termine per l’esercizio del diritto è più breve rispetto ad altre ipotesi e riflette l’esigenza di certezza nei traffici giuridici. In caso di violazione, il titolare può esercitare il riscatto nei confronti dell’acquirente, entro il termine previsto dalla legge.
È importante ricordare che la prelazione agraria non opera in modo indiscriminato. Sono esclusi, ad esempio, i terreni destinati dagli strumenti urbanistici a usi diversi da quello agricolo. La verifica della reale natura del fondo e della posizione soggettiva del potenziale beneficiario è quindi decisiva per stabilire se il diritto di prelazione possa essere validamente invocato.
Atti esclusi o controversi: donazione, permuta, conferimento
Un tema ricorrente nella pratica riguarda quando non spetta il diritto di prelazione. La risposta non è univoca, ma dipende dalla natura dell’atto e dalla specifica disciplina applicabile. In linea generale, la prelazione opera in presenza di trasferimenti a titolo oneroso e non trova applicazione negli atti gratuiti.
La donazione è l’esempio più classico di atto escluso. Trattandosi di un trasferimento senza corrispettivo, viene meno il presupposto stesso della preferenza a parità di condizioni. Analogamente, la permuta è spesso esclusa, poiché manca un prezzo in denaro su cui il titolare della prelazione possa subentrare. In alcune materie, come quella agraria, l’esclusione della permuta è espressamente prevista dalla legge.
Ulteriori questioni si pongono con riferimento ai conferimenti in società, alle vendite di quote indivise o alle alienazioni che riguardano più beni a un prezzo unitario. In questi casi, la giurisprudenza tende a valutare la sostanza dell’operazione, verificando se l’atto sia stato strutturato in modo artificioso per eludere il diritto di prelazione. Quando emerge un intento elusivo, la tutela del titolare del diritto può essere comunque riconosciuta.
Proprio per questa area grigia, è frequente che le controversie si concentrino non tanto sull’esistenza astratta della prelazione, quanto sulla qualificazione giuridica dell’atto. Una corretta impostazione dell’operazione, fin dalla fase preliminare, consente di ridurre sensibilmente il rischio di contenzioso.
Prelazione beni culturali: quando e come opera
La prelazione sui beni culturali è una forma di prelazione legale connotata da una forte finalità pubblicistica. A differenza delle ipotesi esaminate in precedenza, il titolare del diritto non è un soggetto privato, ma il Ministero della Cultura o, nei casi previsti, la Regione o altri enti territoriali. L’obiettivo non è tutelare un interesse patrimoniale individuale, bensì garantire la conservazione e la fruizione del patrimonio culturale nazionale.
Il meccanismo si attiva a partire dall’obbligo di denuncia degli atti di trasferimento, disciplinato dall’art. 59 del Codice dei beni culturali e del paesaggio. Devono essere denunciati al Ministero tutti gli atti che trasferiscono, in tutto o in parte, a qualsiasi titolo, la proprietà – e, per i beni mobili, anche la detenzione – di beni culturali. L’obbligo riguarda non solo la vendita, ma anche la donazione, la successione ereditaria, il conferimento in società e altri atti di circolazione.
La denuncia deve essere effettuata entro trenta giorni e contenere una serie di elementi essenziali: identificazione delle parti, descrizione dei beni, indicazione del luogo in cui si trovano, natura e condizioni dell’atto. La norma è particolarmente rigorosa nel precisare che una denuncia incompleta o imprecisa è considerata come non avvenuta, con evidenti conseguenze sul decorso dei termini.
Una volta ricevuta la denuncia completa, l’amministrazione può esercitare la prelazione nei termini di legge, subentrando all’acquirente alle stesse condizioni economiche dell’atto di trasferimento. L’operazione, dunque, non blocca in via preventiva la circolazione del bene, ma introduce una fase di verifica successiva, durante la quale l’acquisto resta esposto all’eventuale esercizio del diritto pubblico di prelazione.
Prelazione beni culturali e differenze rispetto alle altre ipotesi legali
La disciplina prevista dall’art. 60 del Codice dei beni culturali segna una netta discontinuità rispetto alle regole ordinarie della prelazione legale, collocandosi in una logica di tutela dell’interesse pubblico alla conservazione del patrimonio culturale, distinta dalle finalità proprie delle prelazioni di matrice privatistica.
A differenza delle altre ipotesi di prelazione, il legislatore consente l’esercizio del diritto anche in presenza di trasferimenti privi di un corrispettivo in denaro, come la donazione, nonché nelle permute, nei conferimenti in società, nelle cessioni con prezzo unitario o in altre operazioni in cui il valore economico del bene non risulti immediatamente determinabile. Si tratta di fattispecie che, nelle prelazioni urbana, agraria o successoria, sono normalmente escluse, ma che vengono qui attratte nell’area di operatività della prelazione proprio per evitare fenomeni elusivi.
In coerenza con tale impostazione, la legge attribuisce all’amministrazione il potere di determinare d’ufficio il valore economico del bene quando non sia individuabile un prezzo specifico. Qualora l’alienante non accetti tale determinazione, il valore è stabilito da un terzo, nominato di comune accordo o, in mancanza, dal presidente del tribunale competente. Questo meccanismo conferma la natura speciale e rafforzata della prelazione sui beni culturali, che incide direttamente sulla struttura dell’operazione economica.
Un ulteriore elemento distintivo è rappresentato dal fatto che la prelazione opera indipendentemente da rapporti preesistenti tra le parti. Non assumono rilievo la qualità dell’acquirente né l’esistenza di legami soggettivi con il bene trasferito: ciò che rileva è esclusivamente il valore culturale del bene e l’interesse pubblico alla sua tutela. In questa prospettiva si spiega perché la prelazione possa intervenire anche in fattispecie che, nel diritto comune, non danno luogo ad alcun diritto di preferenza.
La prelazione sui beni culturali costituisce, dunque, un’eccezione consapevole alle regole generali della circolazione dei beni. La sua disciplina, più ampia e penetrante rispetto alle altre forme di prelazione legale, impone a chi intenda trasferire o acquistare un bene vincolato una particolare attenzione nella strutturazione dell’operazione e nella valutazione dei tempi di consolidamento dell’acquisto, anche con il supporto di un professionista esperto della materia.
Conclusioni
Il diritto di prelazione è un istituto complesso, che assume configurazioni molto diverse a seconda della fonte da cui deriva e dell’interesse tutelato. La distinzione tra prelazione convenzionale e prelazione legale non è solo teorica, ma incide in modo diretto sui rimedi esperibili e sulla stabilità degli atti di trasferimento. In alcuni casi, la tutela si esaurisce in una responsabilità risarcitoria; in altri, come nelle ipotesi di prelazione legale, può arrivare a incidere direttamente sull’acquisto del terzo attraverso il riscatto.
L’analisi delle singole fattispecie dimostra come la prelazione operi secondo logiche differenti nei vari ambiti: dalla tutela dell’avviamento commerciale nel rapporto tra proprietario e inquilino, alla salvaguardia dell’assetto della comunione ereditaria, fino al favor per la coltivazione diretta dei fondi agricoli. Ancora più peculiare è la disciplina dei beni culturali, in cui la prelazione risponde a un interesse pubblico e si applica anche in situazioni normalmente escluse nelle altre materie.
Proprio questa varietà rende rischioso un approccio semplificato. La corretta qualificazione dell’atto, il rispetto delle modalità di comunicazione e il controllo dei termini sono passaggi decisivi per evitare contenziosi o la perdita di diritti rilevanti. In molte situazioni, una valutazione preventiva consente di prevenire conflitti che, una volta insorti, possono avere effetti economici e patrimoniali significativi.
Se desideri una consulenza legale sul diritto di prelazione o su un caso concreto, puoi contattare i recapiti dello studio presenti nella pagina.
Articolo redatto da Avv. Prof. Marco Ticozzi – Studio Legale a Padova, Mestre Venezia e Treviso.
FAQ sul diritto di prelazione
Cos’è il diritto di prelazione in parole semplici?
È il diritto di essere preferiti ad altri nell’acquisto di un bene, alle stesse condizioni offerte da un terzo, quando il proprietario decide di venderlo.
Quando non spetta il diritto di prelazione?
In linea generale, non spetta nei trasferimenti a titolo gratuito, come la donazione, o in operazioni come la permuta, salvo eccezioni previste da discipline speciali, come quella dei beni culturali.
Il diritto di prelazione nella vendita di un immobile vale sempre?
No. Opera solo nelle ipotesi previste dalla legge o da un accordo tra le parti, ad esempio a favore dell’inquilino di un locale commerciale o del coerede sulla quota ereditaria.
Qual è la differenza tra diritto di prelazione e riscatto?
La prelazione consente di essere preferiti prima della vendita; il riscatto è il rimedio successivo che permette, in alcuni casi, di recuperare il bene dall’acquirente se la prelazione è stata violata.
Il diritto di prelazione dell’inquilino vale anche per la vendita in blocco dell’edificio?
Di regola no, perché viene meno l’identità tra l’immobile locato e quello venduto, ma occorre valutare attentamente la struttura concreta dell’operazione.
Il diritto di prelazione sul terreno agricolo spetta a chiunque lo coltivi?
No. Spetta solo ai soggetti indicati dalla legge, come l’affittuario o il confinante coltivatore diretto, in presenza di precisi requisiti.
La prelazione sui beni culturali si applica anche alle donazioni?
Sì. A differenza delle altre ipotesi, la disciplina dei beni culturali consente l’esercizio della prelazione anche in casi normalmente esclusi, proprio per la tutela dell’interesse pubblico.
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