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Concordato preventivo: come funziona oggi dopo il Codice della crisi

20 aprile 2026

Il concordato preventivo è uno degli strumenti principali per gestire la crisi d’impresa evitando la liquidazione giudiziale. Capire come funziona oggi il concordato preventivo è essenziale per valutare se è una soluzione concreta per evitare la liquidazione. Ma cos’è il concordato preventivo e come funziona oggi dopo la riforma? Si tratta di una procedura che consente all’imprenditore di proporre ai creditori un piano per ristrutturare i debiti, anche in modo parziale o dilazionato, mantenendo in molti casi la gestione dell’attività. Con il Codice della crisi, il concordato preventivo assume un ruolo centrale nella prevenzione dell’insolvenza, privilegiando soluzioni come la continuità aziendale rispetto alla liquidazione. In questo articolo vengono chiariti requisiti, tipologie, funzionamento della procedura e ruolo del tribunale e dei creditori.

Concordato preventivo

Cos’è il concordato preventivo e a cosa serve oggi

Il concordato preventivo è una procedura prevista dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza che consente all’imprenditore in difficoltà di evitare la liquidazione giudiziale e di gestire in modo ordinato i propri debiti. In termini semplici, si tratta di una proposta rivolta ai creditori: l’impresa offre un piano per soddisfare, anche solo in parte o nel tempo, le obbligazioni assunte, cercando al contempo di preservare il valore dell’attività.

Rispetto al passato, il ruolo del concordato preventivo è cambiato in modo significativo. Non è più visto come una soluzione residuale da utilizzare quando la crisi è ormai irreversibile, ma come uno strumento da attivare anche in una fase anticipata, quando esistono ancora margini per riorganizzare l’impresa. Il Codice della crisi ha infatti spostato l’attenzione sulla prevenzione e sulla gestione tempestiva delle difficoltà economico-finanziarie.

Dal punto di vista giuridico, la procedura è disciplinata dagli articoli 84 e seguenti del Codice della crisi. L’imprenditore mantiene la gestione dell’impresa, ma sotto il controllo degli organi della procedura e del tribunale. In cambio, ottiene una protezione importante: i creditori non possono agire individualmente per il recupero dei propri crediti, consentendo così di evitare azioni esecutive che comprometterebbero definitivamente l’attività.

Se la proposta viene approvata dalla maggioranza dei creditori e successivamente omologata dal tribunale, diventa vincolante anche per chi non ha votato a favore. Questo significa che l’impresa può ridurre il proprio indebitamento e proseguire l’attività secondo le condizioni stabilite nel piano.

Quando l’impresa può ancora essere risanata

Uno degli aspetti più rilevanti del sistema introdotto dal Codice della crisi riguarda il momento in cui è possibile accedere agli strumenti di regolazione della crisi. Non è più necessario attendere una situazione di insolvenza conclamata, cioè l’incapacità attuale di pagare i debiti, ma è sufficiente trovarsi in una condizione che renda probabile l’insolvenza nel prossimo futuro.

La normativa definisce infatti la “crisi” come uno stato del debitore che rende probabile l’insolvenza e che si manifesta quando i flussi di cassa prospettici non sono più adeguati a far fronte alle obbligazioni nei successivi dodici mesi. Questo elemento è centrale, perché consente all’imprenditore di intervenire in una fase ancora gestibile, quando esistono margini per riorganizzare l’attività e riequilibrare la situazione finanziaria.

In concreto, il concordato può rappresentare una soluzione efficace quando l’impresa conserva ancora un valore economico, ma si trova in difficoltà sul piano finanziario. È il caso, ad esempio, di aziende con un portafoglio clienti attivo ma appesantite da debiti accumulati, oppure di realtà che hanno subito una crisi temporanea ma presentano prospettive di recupero. In queste situazioni, intervenire tempestivamente può evitare il deterioramento definitivo della posizione.

Diverso è il caso in cui l’impresa sia ormai priva di prospettive concrete e non sia più in grado di generare flussi economici. In tali circostanze, il ricorso al concordato rischia di tradursi in un passaggio intermedio prima della liquidazione giudiziale. Per questo motivo, una valutazione preliminare seria e documentata, spesso con il supporto di professionisti esperti, è fondamentale per comprendere se esistono reali possibilità di risanamento.

Concordato in continuità aziendale: requisiti e vantaggi

Il concordato in continuità aziendale rappresenta oggi la soluzione che il Codice della crisi privilegia rispetto alla liquidazione. In questo modello, l’impresa non viene chiusa, ma prosegue l’attività utilizzando i ricavi futuri per soddisfare, in tutto o in parte, i creditori.

La continuità può essere diretta, quando l’imprenditore mantiene la gestione, oppure indiretta, quando l’azienda viene trasferita o affittata a un soggetto terzo. Nella pratica, questa seconda ipotesi è frequente nei casi in cui l’impresa non sia più in grado di operare autonomamente, ma conservi comunque un valore economico per il mercato.

Non è però sufficiente dichiarare la volontà di proseguire l’attività. Il piano deve dimostrare, con dati concreti, che la continuità genera un risultato migliore rispetto alla liquidazione. Questo aspetto è centrale: una continuità solo “formale” espone la procedura a contestazioni e rischia di compromettere l’omologazione.

In questa direzione si è espressa anche la Cassazione, chiarendo che il concordato in continuità è ammissibile solo quando assicura un effettivo miglior soddisfacimento dei creditori rispetto alle alternative liquidatorie (Cass. civ., 11 aprile 2025, n. 11220). Non si tratta quindi di una scelta discrezionale dell’imprenditore, ma di una soluzione che deve essere sostenuta da una valutazione economica credibile.

Nella pratica, questo significa costruire un piano basato su:

  • flussi di cassa realistici;
  • analisi del mercato;
  • sostenibilità dei costi operativi.

Un errore frequente è sovrastimare i ricavi futuri o sottovalutare i fabbisogni finanziari. In questi casi, anche se la proposta viene approvata, il rischio di inadempimento è elevato, con conseguenze che possono portare alla risoluzione del concordato.

Concordato preventivo liquidatorio: requisiti e limiti

Quando non sussistono le condizioni per proseguire l’attività in modo sostenibile, l’imprenditore può ricorrere al concordato preventivo con finalità liquidatoria. In questa ipotesi, il piano non è orientato alla continuità aziendale, ma alla dismissione del patrimonio, con l’obiettivo di soddisfare i creditori attraverso la vendita dei beni dell’impresa.

Rispetto al passato, questa modalità è stata fortemente ridimensionata dal Codice della crisi, che ne consente l’utilizzo solo al ricorrere di condizioni precise. Non è più sufficiente proporre una liquidazione ordinata del patrimonio: la proposta deve dimostrare di offrire ai creditori un risultato migliore rispetto a quello ottenibile mediante la liquidazione giudiziale.

In particolare, la normativa richiede che i creditori chirografari ricevano una soddisfazione non inferiore al 20% e che sia previsto un apporto di risorse esterne in grado di incrementare l’attivo disponibile in misura pari ad almeno il 10%. Si tratta di requisiti stringenti, che mirano a evitare un uso meramente dilatorio dello strumento e a garantire un effettivo vantaggio per la massa dei creditori.

Nella pratica, questi elementi vengono analizzati con grande attenzione dai tribunali. Non basta indicare genericamente l’esistenza di nuove risorse: è necessario dimostrarne la provenienza, la disponibilità e la concreta incidenza sul risultato finale. Il concordato liquidatorio rimane quindi una soluzione percorribile, ma richiede una progettazione accurata e una valutazione realistica delle possibilità di soddisfacimento dei creditori.

Differenza tra queste due tipologie

Le due modalità descritte rispondono a logiche profondamente diverse e producono effetti differenti sia per l’imprenditore sia per i creditori.

Nel caso della continuità aziendale, il valore deriva dalla prosecuzione dell’attività. L’impresa continua a operare, genera flussi di cassa e utilizza questi risultati per soddisfare i creditori nel tempo. Il presupposto è che l’attività, pur in difficoltà, sia ancora economicamente valida e in grado di produrre reddito.

Nel modello liquidatorio, invece, il soddisfacimento dei creditori avviene attraverso la vendita dei beni. Il valore è legato al patrimonio esistente e alla sua capacità di essere trasformato in liquidità. In questo caso non si punta al recupero dell’impresa, ma alla chiusura ordinata della posizione debitoria.

Il Codice della crisi mostra una chiara preferenza per la prima soluzione. La continuità, quando possibile, consente spesso di ottenere risultati migliori anche per i creditori, oltre a preservare posti di lavoro e rapporti commerciali. La liquidazione resta invece una soluzione residuale, da utilizzare quando non esistono alternative realistiche.

Per l’imprenditore, la scelta tra queste due opzioni non è solo giuridica, ma anche strategica. Richiede un’analisi concreta della situazione aziendale, delle prospettive di mercato e delle risorse disponibili. Una valutazione errata può compromettere l’intera procedura.

Documenti necessari per presentare la domanda

L’accesso al concordato non si esaurisce in una semplice richiesta al tribunale. È necessario predisporre un insieme articolato di documenti che consentano ai creditori e al giudice di comprendere in modo chiaro la situazione dell’impresa e la sostenibilità della proposta.

Elemento centrale è il piano, che rappresenta il cuore della procedura. Deve descrivere la situazione economica, patrimoniale e finanziaria dell’impresa, le cause della crisi e le modalità con cui si intende ristrutturare il debito. A questo si affianca la proposta rivolta ai creditori, nella quale vengono indicati tempi e percentuali di soddisfacimento.

Accanto a questi documenti, è fondamentale la relazione di un professionista indipendente, chiamato ad attestare la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano. Si tratta di una figura chiave: il suo giudizio incide in modo diretto sulla credibilità dell’intera operazione e sulla decisione dei creditori.

Devono inoltre essere prodotti i bilanci degli ultimi esercizi, l’elenco dei creditori, l’indicazione dei beni e dei rapporti giuridici in corso. Tutta la documentazione deve essere completa e coerente, perché eventuali lacune o incongruenze possono portare all’inammissibilità della domanda.

La fase preparatoria è quindi particolarmente delicata. Richiede competenze tecniche, capacità di analisi e una visione realistica delle prospettive dell’impresa. Errori in questa fase possono compromettere fin dall’inizio la possibilità di accedere alla procedura.

Come presentare un concordato preventivo: fasi operative

Uno degli aspetti più rilevanti, ma spesso poco chiari, riguarda il percorso concreto che porta alla presentazione di un concordato preventivo. Non si tratta di un semplice deposito di documenti, ma di un processo articolato che richiede una preparazione accurata e una visione strategica.

Nella pratica, il percorso si sviluppa attraverso alcune fasi ben definite. La prima riguarda l’analisi della situazione aziendale, necessaria per comprendere se esistono i presupposti per il risanamento o se la crisi è ormai irreversibile. Questa fase è decisiva: una valutazione errata può portare a scegliere uno strumento inadeguato, con conseguenze anche gravi.

Segue la predisposizione del piano e della proposta, che rappresentano il cuore della procedura. Qui l’imprenditore, con il supporto dei professionisti, deve individuare le modalità concrete di soddisfacimento dei creditori, i tempi e le risorse disponibili. In questa fase è fondamentale costruire un progetto credibile, basato su dati verificabili e su ipotesi realistiche.

Successivamente si procede al deposito della domanda presso il tribunale, che può avvenire anche con riserva. Da questo momento si attivano le misure protettive e si apre la fase di controllo giudiziale.

Il percorso prosegue con:

  • la verifica di ammissibilità da parte del tribunale;
  • la nomina del commissario giudiziale;
  • il voto dei creditori;
  • l’omologazione finale.

Nella pratica professionale, uno degli errori più frequenti è affrontare queste fasi in modo frammentato, senza una strategia complessiva. Il concordato, invece, richiede coerenza tra analisi iniziale, piano e gestione della procedura. Senza questa continuità, il rischio di insuccesso aumenta sensibilmente.

Le misure protettive e il blocco delle azioni dei creditori

Uno degli effetti più rilevanti dell’accesso al concordato è la possibilità di ottenere misure protettive. Si tratta di strumenti che consentono all’imprenditore di “congelare” temporaneamente le azioni dei creditori, evitando che iniziative individuali compromettano la gestione ordinata della crisi.

In concreto, dal momento della pubblicazione della domanda nel registro delle imprese, l’imprenditore può chiedere al tribunale di sospendere le azioni esecutive e cautelari. Questo significa che i creditori non possono procedere con pignoramenti, sequestri o altre iniziative volte al recupero forzoso del credito. L’obiettivo è quello di creare uno spazio di tempo utile per predisporre e negoziare il piano.

Le misure protettive non sono automatiche e illimitate. Devono essere confermate dal tribunale e hanno una durata definita, soggetta a eventuali proroghe nei limiti previsti dalla legge. Inoltre, possono essere revocate se emergono abusi o se il debitore non rispetta gli obblighi informativi. Si tratta quindi di uno strumento molto utile, ma che richiede un utilizzo corretto e trasparente.

Il concordato con riserva: come funziona il “pre-concordato”

Il Codice della crisi consente all’imprenditore di accedere alla procedura anche quando il piano non è ancora completamente definito. È il cosiddetto concordato con riserva, spesso indicato come “pre-concordato”.

In questa fase, il debitore deposita una domanda iniziale contenente le informazioni essenziali e si riserva di presentare successivamente il piano, la proposta e la documentazione completa. Il tribunale assegna un termine per l’integrazione, di regola compreso tra 30 e 60 giorni, prorogabile in presenza di giustificati motivi.

Durante questo periodo, l’impresa può già beneficiare delle misure protettive e avviare le trattative con i creditori. Tuttavia, non si tratta di una fase priva di controlli: il tribunale può nominare un commissario e imporre obblighi informativi periodici. Se il piano non viene depositato nei termini o emergono comportamenti scorretti, la domanda può essere dichiarata improcedibile, con possibili conseguenze anche gravi per l’imprenditore.

Tempi e costi del concordato preventivo

Quando si valuta il ricorso al concordato preventivo, una delle prime domande riguarda la durata della procedura e i costi complessivi. Si tratta di aspetti fondamentali, che incidono in modo diretto sulla sostenibilità dell’operazione.

Dal punto di vista dei tempi, non esiste una durata standard valida per tutti i casi. In generale, dalla presentazione della domanda all’omologazione possono trascorrere diversi mesi, spesso tra i sei mesi e oltre un anno, a seconda della complessità della situazione, del numero di creditori e dell’eventuale presenza di contestazioni.

A questa fase si aggiunge poi il periodo di esecuzione del piano, che può estendersi anche per più anni, soprattutto nei concordati in continuità aziendale, dove i pagamenti avvengono utilizzando i flussi di cassa futuri.

Per quanto riguarda i costi, occorre considerare diverse voci:

  • compensi dei professionisti (avvocati, consulenti, attestatore);
  • compenso del commissario giudiziale;
  • eventuali costi di gestione della procedura;
  • oneri legati alla predisposizione del piano.

Nella pratica, il costo complessivo varia in funzione della dimensione dell’impresa e della complessità del piano. Un errore frequente è sottovalutare questi aspetti nella fase iniziale, concentrandosi solo sulla riduzione del debito senza considerare il fabbisogno finanziario necessario per sostenere la procedura.

Per questo motivo, una valutazione preventiva dei tempi e dei costi è essenziale per capire se il concordato rappresenta una soluzione realmente sostenibile o se è preferibile orientarsi verso strumenti alternativi.

Come funziona la procedura nel Codice della crisi

Il concordato preventivo, nella disciplina attuale, si colloca al centro del sistema di gestione della crisi d’impresa e riflette un equilibrio tra autonomia dell’imprenditore e controllo giudiziale. L’iniziativa resta nelle mani del debitore, che propone ai creditori una soluzione per la ristrutturazione dei debiti, ma tale autonomia è bilanciata da una serie di verifiche volte a garantire la correttezza e la sostenibilità del piano.

Il tribunale interviene già nella fase iniziale, esaminando la domanda e verificando che siano presenti i presupposti richiesti dalla legge e che la documentazione sia completa. In questa fase, il controllo non si estende a una valutazione approfondita della convenienza economica della proposta, che resta affidata ai creditori, ma si concentra sulla sua ammissibilità e sulla coerenza complessiva del piano.

Sotto il profilo della fattibilità, il giudice è chiamato a verificare che la proposta non sia manifestamente inidonea a raggiungere gli obiettivi dichiarati. Questo significa che non può sostituirsi alle valutazioni economiche dei creditori, ma deve intervenire quando il piano appare, già in partenza, privo di concrete possibilità di realizzazione o fondato su dati inattendibili.

Questo assetto è coerente con l’impostazione del Codice della crisi, che privilegia soluzioni negoziali e responsabilizza i creditori nelle scelte economiche. Il ruolo del tribunale rimane essenziale per garantire la regolarità della procedura e la tutela degli interessi coinvolti, evitando abusi e assicurando trasparenza.

Il ruolo del tribunale, del commissario e dell’attestatore

La procedura di concordato si fonda sull’intervento di più soggetti, ciascuno con funzioni specifiche di controllo e garanzia.

Il tribunale ha un ruolo decisivo in tutte le fasi. In primo luogo valuta l’ammissibilità della domanda, verificando che siano presenti i requisiti richiesti dalla legge e che la documentazione sia completa. Successivamente, interviene nella fase di omologazione, controllando la regolarità della procedura e la legittimità del risultato raggiunto.

Accanto al tribunale opera il commissario giudiziale, nominato per vigilare sulla correttezza del comportamento del debitore e per fornire ai creditori le informazioni necessarie a esprimere un voto consapevole. Il commissario redige relazioni, segnala eventuali irregolarità e svolge una funzione di raccordo tra le parti.

Un ruolo particolarmente delicato è quello del professionista attestatore. Si tratta di un esperto indipendente che verifica la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano. La sua relazione è uno degli elementi su cui si fonda la decisione dei creditori: se i dati non sono attendibili o il piano non è realistico, l’intera procedura perde credibilità.

Questi tre soggetti, pur con funzioni diverse, contribuiscono a garantire che il concordato non sia utilizzato in modo improprio e che le scelte compiute siano trasparenti e sostenibili.

Voto dei creditori e omologazione della proposta

Una fase decisiva del concordato preventivo è rappresentata dal voto dei creditori, chiamati a esprimersi sulla proposta dell’imprenditore. Il sistema non richiede l’unanimità, ma il raggiungimento delle maggioranze previste dalla legge, che possono variare in base alla struttura del piano e alla presenza di classi.

Nel concordato in continuità aziendale, il meccanismo è ancora più flessibile: in determinate condizioni, la proposta può essere approvata anche con il consenso di una sola classe di creditori, purché siano rispettati i criteri di legge e venga garantito un trattamento equo.

Questo aspetto è spesso sottovalutato. Nella pratica, infatti, non tutti i creditori hanno lo stesso peso: alcuni possono risultare determinanti per il raggiungimento delle maggioranze, mentre altri hanno un ruolo marginale.

Una volta raccolti i voti, si apre la fase di omologazione. Qui il tribunale non si limita a verificare il rispetto formale delle regole, ma controlla la legittimità della procedura e la tutela dei creditori, anche dissenzienti.

Un punto particolarmente rilevante riguarda il rapporto tra voto e controllo giudiziale. La Cassazione ha chiarito che il giudice non può limitarsi a “prendere atto” delle maggioranze, ma deve verificare in concreto la convenienza della proposta, senza trasformare il dissenso in un consenso automatico (Cass. civ., 4 agosto 2025, n. 22415).

In termini pratici, questo significa che:

  • un piano formalmente approvato può non essere omologato se presenta criticità evidenti;
  • allo stesso tempo, una proposta può superare il dissenso di alcuni creditori se risulta complessivamente più conveniente.

Per l’imprenditore, la fase del voto non è quindi un passaggio meramente formale, ma un momento strategico che richiede una gestione attenta dei rapporti con i creditori e una proposta costruita in modo credibile.

La transazione fiscale e il ruolo dell’Agenzia delle Entrate

I debiti fiscali e contributivi rappresentano spesso una componente significativa dell’esposizione complessiva dell’impresa. Per questo motivo, la possibilità di includerli nel concordato è uno degli aspetti più rilevanti nella pratica.

Il Codice della crisi consente di proporre una ristrutturazione anche nei confronti dell’Agenzia delle Entrate e degli enti previdenziali, prevedendo la cosiddetta transazione fiscale. Questo significa che tali crediti possono essere falcidiati o dilazionati, nei limiti consentiti dalla legge.

Uno dei punti più delicati riguarda il voto dell’amministrazione finanziaria. Nella percezione comune, un voto contrario del Fisco viene spesso considerato decisivo. In realtà, la situazione è più articolata.

La giurisprudenza più recente ha chiarito che il tribunale può omologare il concordato anche in assenza di adesione dell’Agenzia delle Entrate, quando il suo voto è determinante per le maggioranze e la proposta risulta più conveniente rispetto alla liquidazione giudiziale (Cass. civ., sez. I, 15 marzo 2026, n. 5866).

Questo meccanismo, noto come cram down fiscale, non significa però che il dissenso venga automaticamente superato. Il giudice è chiamato a svolgere una valutazione concreta, verificando che il trattamento riservato al Fisco non sia deteriore rispetto all’alternativa liquidatoria.

Nella pratica, questo richiede:

  • una stima attendibile del valore di liquidazione;
  • una comparazione chiara tra le diverse opzioni;
  • una documentazione precisa e coerente.

Un caso tipico è quello di imprese con elevati debiti tributari che, in assenza di continuità, non consentirebbero alcun recupero significativo per l’Erario. In queste situazioni, una proposta che preveda anche un pagamento parziale può risultare più conveniente rispetto alla liquidazione.

Proprio per questo, la costruzione della transazione fiscale è uno degli aspetti più tecnici e delicati del concordato, e richiede una particolare attenzione fin dalla fase di predisposizione del piano.

Cosa succede dopo l’approvazione del piano

Con l’omologazione del concordato da parte del tribunale, la proposta diventa vincolante per tutti i creditori anteriori. Questo passaggio segna l’inizio della fase esecutiva, nella quale l’impresa deve dare attuazione concreta agli impegni assunti.

Dal punto di vista pratico, ciò significa che:

  • i debiti vengono ristrutturati secondo quanto previsto nel piano;
  • i pagamenti devono essere effettuati nei tempi stabiliti;
  • l’attività, nei casi di continuità, deve proseguire secondo le previsioni economiche indicate.

L’omologazione produce effetti rilevanti anche sul piano giuridico. Il debitore non è più tenuto a soddisfare integralmente le obbligazioni originarie, ma solo nei limiti e con le modalità previste dal concordato.

Questo non significa, però, che il controllo venga meno. Il commissario giudiziale continua a vigilare sull’esecuzione del piano, segnalando eventuali irregolarità o scostamenti rilevanti.

Nella pratica, uno dei problemi più frequenti riguarda il mancato rispetto delle previsioni economiche. Se i flussi di cassa risultano inferiori rispetto a quelli stimati, l’impresa può trovarsi nuovamente in difficoltà, con il rischio di non riuscire a rispettare gli impegni assunti.

In questi casi, i creditori possono reagire chiedendo la risoluzione del concordato per inadempimento. Si tratta di una situazione critica, che può portare all’apertura della liquidazione giudiziale e alla perdita degli effetti protettivi ottenuti con la procedura.

Per questo motivo, la fase esecutiva non deve essere considerata una semplice formalità, ma un momento altrettanto delicato rispetto alla presentazione della domanda. Un piano realistico e sostenibile rappresenta la condizione essenziale per evitare che il concordato si trasformi in un passaggio intermedio verso la liquidazione.

Errori da evitare nel concordato preventivo

Il concordato preventivo può rappresentare una soluzione efficace per gestire la crisi, ma solo se viene utilizzato nel modo corretto. Nella pratica, esistono alcuni errori ricorrenti che compromettono l’esito della procedura.

Uno dei più frequenti è intervenire troppo tardi. Molti imprenditori si rivolgono agli strumenti di regolazione della crisi quando la situazione è già compromessa e non esistono più margini per il risanamento. In questi casi, il concordato rischia di diventare un passaggio intermedio verso la liquidazione giudiziale.

Un altro errore riguarda la costruzione del piano. Spesso si tende a formulare previsioni troppo ottimistiche, soprattutto sui ricavi futuri. Questo approccio può facilitare l’approvazione iniziale, ma espone a gravi difficoltà nella fase esecutiva.

Particolarmente critico è anche l’uso improprio del concordato con riserva. Questo strumento consente di guadagnare tempo, ma comporta obblighi precisi. Se il piano non viene depositato nei termini o se emergono irregolarità, la procedura può essere dichiarata improcedibile, con effetti negativi anche sulla posizione dell’imprenditore.

Tra gli errori più rilevanti si possono individuare:

  • documentazione incompleta o incoerente;
  • sottovalutazione dei debiti fiscali;
  • mancata gestione dei rapporti con i creditori strategici;
  • assenza di una reale prospettiva di continuità.

Nella pratica professionale, questi problemi emergono spesso già nelle fasi iniziali. Per questo motivo, un’analisi preventiva accurata e il supporto di professionisti esperti rappresentano elementi decisivi per evitare criticità e aumentare le possibilità di successo della procedura.

Quando rivolgersi a un avvocato per gestire la crisi

Il concordato non è una procedura standard che può essere affrontata con soluzioni preconfezionate. Ogni situazione presenta caratteristiche proprie, legate alla struttura dell’impresa, alla natura dei debiti, ai rapporti con i creditori e alle prospettive di mercato.

Per questo motivo, la valutazione sull’opportunità di ricorrere a questa soluzione deve essere effettuata con attenzione. Non sempre il concordato rappresenta la scelta migliore: in alcuni casi può essere preferibile percorrere altre strade previste dal Codice della crisi, come gli accordi di ristrutturazione o la composizione negoziata.

Un avvocato esperto in diritto della crisi d’impresa può affiancare l’imprenditore già nella fase iniziale, aiutandolo a comprendere se esistono i presupposti per accedere alla procedura e quale sia la strategia più adatta. Inoltre, può coordinare il lavoro con i consulenti aziendali e con il professionista attestatore, garantendo che il piano sia coerente anche sotto il profilo giuridico.

La gestione della crisi richiede decisioni rapide ma ponderate. Intervenire troppo tardi o con strumenti inadeguati può compromettere definitivamente la possibilità di recupero dell’attività.

Articolo redatto da Avv. Prof. Marco Ticozzi – Studio Legale a Padova, Mestre Venezia e Treviso.

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FAQ sul concordato preventivo

Cos’è il concordato preventivo in breve?

È una procedura che consente all’imprenditore in crisi di proporre ai creditori un piano per ristrutturare i debiti ed evitare la liquidazione giudiziale.

Quando si può accedere al concordato preventivo?

Non è necessario essere già insolventi: è sufficiente trovarsi in uno stato di crisi, cioè in una situazione di difficoltà economico-finanziaria che rende probabile l’insolvenza.

Qual è la differenza tra continuità aziendale e liquidazione?

Nel primo caso l’impresa prosegue l’attività e paga i creditori con i ricavi futuri; nel secondo, i beni vengono venduti per soddisfare i debiti.

Serve il consenso di tutti i creditori?

No, è sufficiente raggiungere le maggioranze previste dalla legge. Dopo l’omologazione, il piano è vincolante anche per i creditori dissenzienti.

Chi controlla la correttezza della procedura?

Il tribunale, il commissario giudiziale e il professionista attestatore svolgono funzioni di controllo e garanzia.

Cosa succede se il piano non viene rispettato?

I creditori possono chiedere la risoluzione del concordato o, nei casi più gravi, l’annullamento, con possibile apertura della liquidazione giudiziale.

Marco Ticozzi Avvocato Venezia

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