20 luglio 2025
Cos’è la malasanità? Si parla di malasanità quando un paziente subisce un danno o perde la vita a causa di una cura errata o di un comportamento medico inadeguato. In diritto si parla di responsabilità medica. In questo articolo spiego cosa distingue la malasanità vera da quella presunta, quali errori sono più frequenti e come attivare una tutela efficace con il supporto di un avvocato esperto.
Cos’è la malasanità e quando si parla di responsabilità medica
Il termine “malasanità” è ormai parte del linguaggio comune, soprattutto giornalistico, ma è bene chiarire subito che non si tratta di un’espressione giuridica. In ambito legale si preferisce infatti parlare di “responsabilità medica”, che ha contorni più precisi e definiti. La Treccani descrive la malasanità come un’espressione polemica usata per riferirsi a disservizi, errori o inefficienze all’interno delle strutture sanitarie, specie pubbliche. In altre parole, è un termine generico, a volte emotivo, che richiama un malfunzionamento del sistema sanitario più che una responsabilità individuale accertata. In diritto, invece, si parla di responsabilità medica quando si può dimostrare che un medico – o una struttura sanitaria – ha violato un obbligo professionale causando un danno al paziente. La responsabilità può essere sia del singolo medico, sia dell’ospedale o clinica per errori propri o dei suoi collaboratori. Questo vale per strutture pubbliche e private. Il danno può consistere in lesioni, peggioramento della salute, o nei casi più gravi, nella morte del paziente. Non ogni evento sfavorevole è automaticamente un caso di malasanità. Esistono situazioni complesse in cui, nonostante cure appropriate, il risultato clinico è negativo. Per questo è fondamentale distinguere la malasanità vera da quella presunta. E per farlo serve un’analisi tecnica e giuridica attenta, che parta dalla documentazione clinica e arrivi a valutare l’eventuale responsabilità con il supporto di medici legali e avvocati esperti.
Errori medici più comuni: negligenza, imprudenza e imperizia
Nel linguaggio comune si tende a usare il termine “errore medico” in modo generico, ma in diritto questi errori assumono significati ben precisi e rientrano in tre categorie principali: negligenza, imprudenza e imperizia. Sono queste le tre forme di colpa che, se presenti, possono far scattare una responsabilità medica. La negligenza si verifica quando un medico omette di fare ciò che avrebbe dovuto fare. Un esempio tipico è l’omessa somministrazione di una terapia ritenuta necessaria, oppure il mancato monitoraggio di parametri vitali dopo un intervento. L’imprudenza, invece, si riferisce a comportamenti frettolosi o rischiosi, come l’avvio di cure sperimentali o invasive senza una valutazione approfondita dei rischi per quel paziente specifico. Infine, l’imperizia riguarda l’inesperienza o l’inadeguatezza tecnica del medico: può accadere, ad esempio, che un chirurgo commetta un errore grossolano durante un’operazione o scelga un trattamento non adatto per mancanza di conoscenze aggiornate. Ogni caso va valutato nel suo contesto. Spesso le tre categorie si sovrappongono: un comportamento può essere al tempo stesso imprudente e imperito. In ogni situazione, però, è necessario stabilire un legame tra la condotta errata e il danno subito. Per questo, l’assistenza di un avvocato esperto e il supporto di un medico legale sono passaggi indispensabili per costruire una richiesta risarcitoria fondata.
Malasanità vera o presunta? La distinzione fondamentale
Parlare di malasanità suscita spesso reazioni forti, comprensibili soprattutto nei casi più gravi. Quando un paziente subisce una menomazione o, peggio, quando si verifica un decesso, i familiari sono portati – e talvolta indotti dai media – ad attribuire automaticamente la colpa al personale medico o alla struttura sanitaria. Ma non sempre ciò che sembra un errore lo è anche da un punto di vista giuridico. Affinché si possa parlare di responsabilità medica, è necessario dimostrare due elementi fondamentali: l’esistenza di un danno e una condotta colpevole da parte del medico o della struttura. Il solo fatto che il risultato sia stato negativo non basta. La valutazione deve essere oggettiva, tecnica, supportata da documenti e analisi specialistiche. In caso contrario, si rischia di avviare una causa infondata, con conseguenze anche economiche pesanti per chi agisce. Il mio studio ha seguito numerosi casi in cui, dopo un esame approfondito, si è scelto di non procedere proprio perché mancava un nesso chiaro tra la condotta sanitaria e il danno. Questo approccio prudente è essenziale per tutelare davvero i diritti delle vittime, evitando processi inutili e frustranti. La malasanità va combattuta con strumenti seri, non con automatismi o semplificazioni.
Nesso di causalità: tra diritto civile e penale
Uno degli aspetti più complessi nei casi di malasanità è il cosiddetto “nesso di causalità”, cioè il collegamento tra la condotta del medico e il danno subito dal paziente. Questa valutazione cambia sensibilmente a seconda che ci si trovi nell’ambito del diritto civile o di quello penale. E proprio da questa distinzione dipende spesso la scelta del tipo di azione da intraprendere. Nel diritto penale, la responsabilità medica può essere accertata solo se vi è una “ragionevole certezza” che il danno – anche grave, come una lesione o un decesso – sia stato causato dall’omissione o dall’errore del medico. Si tratta di uno standard probatorio molto elevato, che rende spesso difficile ottenere una condanna. In ambito civile, invece, la soglia di prova è più bassa: è sufficiente dimostrare che è “più probabile che non” che il comportamento medico scorretto sia stato causa del danno. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, l’azione civile è più efficace per ottenere un risarcimento. Ma resta indispensabile una valutazione seria e precisa, supportata da relazioni medico-legali che analizzino nel dettaglio l’intera vicenda. Ogni caso è a sé e va impostato con competenza e prudenza, evitando scorciatoie o giudizi affrettati.
Cassazione e nesso di causalità
Anche la giurisprudenza della Cassazione ha chiarito come debba essere valutato il nesso di causalità nei casi di malasanità, distinguendo nettamente tra ambito penale e civile. In sede penale, la sentenza Cass. pen. Sez. V, 14 ottobre 2019, n. 51479 ha stabilito che “la verifica della sussistenza del nesso causale tra omissione ed evento deve essere effettuata […] in termini di certezza processuale, alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica”. Nel processo civile, la stessa Corte – con Cass. civ. 30 novembre 2018, n. 30998 – ha chiarito che è sufficiente la regola della preponderanza dell’evidenza. Basta cioè che tra tutte le possibili cause del danno, l’errore medico risulti la più probabile. Questo vale anche nei casi in cui una cura diversa avrebbe avuto solo “ragionevoli” possibilità di successo. Queste differenze hanno un impatto enorme sulle strategie da adottare. Per questo motivo, nel mio studio legale non si agisce mai senza prima esaminare il caso con attenzione, valutando non solo le prove disponibili, ma anche il tipo di giudizio più idoneo ad affrontare quella specifica situazione.
Come prepararsi a un confronto con un avvocato esperto
Chi ritiene di aver subito un caso di malasanità deve sapere che il primo passo utile è un confronto approfondito con un avvocato esperto in materia. Tuttavia, per essere realmente efficace, questo confronto non può avvenire solo a distanza. Sebbene io segua cause in tutta Italia, ritengo essenziale un incontro presso una delle sedi dello studio – a Mestre, Venezia, Padova o Treviso – dove posso conoscere la persona, valutare la documentazione clinica e impostare correttamente il percorso di analisi. Nel primo colloquio, il cliente dovrebbe portare con sé tutta la documentazione sanitaria disponibile: cartelle cliniche, esami, referti, lettere di dimissione. È altrettanto utile una breve cronologia scritta degli eventi, che aiuti a ricostruire i passaggi fondamentali. Solo in questo modo posso confrontarmi con i medici legali del nostro team e capire se vi siano gli elementi per procedere. L’approccio dello studio è sempre realistico: evitiamo contenziosi inutili, non promettiamo risultati facili e non avviamo azioni senza un supporto tecnico concreto. Agire in giudizio è una scelta importante e deve poggiare su basi solide: questo vale ancora di più in una materia delicata come la responsabilità medica.
Il ruolo dello studio legale dell’avv. Prof. Marco Ticozzi nei casi di malasanità
I casi di malasanità richiedono competenze specifiche, attenzione al dettaglio e un approccio tecnico-giuridico rigoroso. Proprio per questo, nel mio studio legale affrontiamo le situazioni che ci vengono sottoposte in collaborazione con medici legali di fiducia e con l’associazione Giusta Causa, attiva su tutto il territorio nazionale. Questo ci consente di seguire procedimenti in ogni parte d’Italia, mantenendo però un contatto diretto e personale con il cliente, sempre necessario nella fase iniziale. L’incontro in studio – a Mestre, Venezia, Padova o Treviso – è indispensabile. Ci permette di conoscere chi ci affida la sua vicenda, capire le sue aspettative, analizzare insieme i documenti clinici e stabilire se sussistano le condizioni per avviare un’azione legale. La rete di consulenti con cui collaboriamo valuta ogni caso prima di decidere se proseguire: il nostro obiettivo non è far partire più cause possibili, ma solo quelle sostenibili e fondate. Spesso chi ha subito un danno si sente smarrito e ha bisogno di orientamento. Il nostro compito è fornire risposte chiare, trasparenti e professionali, anche quando – come talvolta accade – l’unico consiglio serio è quello di non agire. In questi casi la sincerità è il primo segno di rispetto nei confronti della persona e della sua storia.
Conclusione: quando e come agire in caso di malasanità
Non sempre un esito clinico sfavorevole è sinonimo di errore medico. E non sempre un errore medico giustifica un’azione legale. Per questo motivo, è fondamentale rivolgersi a uno studio legale che sappia valutare con competenza e obiettività il caso specifico, aiutando la persona a capire se e come procedere. Nel mio studio, ogni pratica viene esaminata con cura, a partire da un colloquio personale presso una delle nostre sedi. Solo dopo questo primo passo è possibile coinvolgere i consulenti medici e – se emergono le condizioni – impostare una richiesta di risarcimento. Agire con fretta o sulla base di sensazioni può portare a insuccessi e, peggio, a spese evitabili. Se ritieni di aver subito un caso di malasanità, il primo passo è quello giusto: chiedere un confronto. Da lì, si può capire se esistono i margini per una tutela legale concreta ed efficace.
Articolo redatto da Avv. Prof. Marco Ticozzi – Studio Legale a Padova, Mestre Venezia e Treviso
FAQ su malasanità e responsabilità medica
1. Cosa si intende esattamente per malasanità?
È un’espressione non giuridica che indica disservizi o errori nel sistema sanitario. In diritto si parla invece di responsabilità medica.
2. Quando si può parlare di responsabilità medica?
Quando c’è un danno al paziente e una condotta colposa – per negligenza, imprudenza o imperizia – da parte del medico o della struttura.
3. È sempre colpa del medico se un paziente peggiora o muore?
No. Molte situazioni cliniche possono avere esiti negativi anche senza errori. Serve un’analisi tecnico-legale per stabilire la responsabilità.
4. Si può fare causa per malasanità senza medico legale?
No. La visita e la relazione medico-legale sono quasi sempre indispensabili per sostenere una causa di responsabilità sanitaria.
5. Qual è la differenza tra causa civile e penale per malasanità?
Nel civile basta dimostrare che l’errore è “più probabile che non” causa del danno. Nel penale serve una certezza molto più alta.
6. Quanto tempo ho per fare causa per malasanità?
Generalmente da 5 a 10 anni, a seconda che si tratti di responsabilità extracontrattuale o contrattuale. Ma conviene agire il prima possibile.
7. Serve per forza andare in tribunale?
Non sempre. In alcuni casi si può trovare un accordo stragiudiziale, ma solo dopo che sia stata svolta un’analisi medico-legale adeguata.
8. Lo studio Ticozzi segue casi anche fuori Veneto?
Sì. Collaboriamo con una rete nazionale di consulenti e assistiamo clienti in tutta Italia, ma chiediamo sempre un primo incontro in studio.
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